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Un grande progetto ambientale per il bacino del Magra: il Parco punta sul Recovery Fund

Per la creazione e la gestione di un "Parco interregionale".


Le questioni ambientali sono per loro natura complesse. Riteniamo quindi che operare per grandi sistemi territoriali e non per frammentazione territoriale, come avviene di soltito, sia l’unico modo di affrontare con efficacia tecnica ed economica i problemi che ci sono posti.
I bacini fluviali sono, a questo proposito, forse tra i più vocati di tutti per intervenire con un intento unitario su biodiversità, contrasto ai cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, turismo e qualità della vita di chi ci abita. In altri termini su gran parte delle priorità della UE.

 

Come già affrontato con il Piano del Parco regionale Montemarcello – Magra – Vara, vogliamo introdurre nuovamente il tema del bacino idrografico del fiume Magra – la parte ligure e la parte toscana nel loro insieme – affrontato per lo più e parzialmente dal Piano sopracitato territoriale, sebbene siano trascorsi 30 anni dall’istituzione dell’area protetta nella realtà del territorio.
E questo non perché l’Ente Parco non sia stato sufficientemente “attivo”, ma perché uno strumento potente come un Piano sovraordinato senza le risorse per la sua realizzazione costituisce uno strumento che non raggiunge i suoi “scopi territoriali” di restauro degli ecosistemi perché i suoi vincoli sono attivi ma i suoi investimenti territoriali ampiamente insufficienti e frammentati.

Ed allora il recovery fund può essere l’occasione giusta.

Si tratta d’intervenire simultaneamente su grandi gruppi di opere: nella sola parte ligure abbiamo identificato una media di 400 scarichi abusivi a comune spondale ed impianti di depurazione senza trattamento completo dei reflui negli impianti più piccoli (che non usano i grandi depuratori) oppure obsoleti ed inefficaci quelli dei grandi depuratori. Eppure, la posta in gioco è la qualità delle acque fluviali, dalla quale dipende tutto il resto: lo stato di conservazione adeguato degli ecosistemi, la balneazione, il turismo ambientale.

Si tratta d’intervenire sulle 43 discariche stimate in alveo, per lo più non ancora caratterizzate: da 30 anni viviamo con la spada di Damocle dell’inquinamento della falda idropotabile.

Si tratta anche di rilocalizzare le aziende incompatibili (produzione di bitume e lavorazione di inerti) ancora di fatto in alveo, restaurando ecologicamente gli habitat golenali liberati.

Si tratta d’intervenire sulla vegetazione lasciando la sua funzione tampone nei corsi maggiori e controllandola viceversa nelle aree critiche di versante o dei corsi minori mitigando così i rischi di dissesto idrogeologico agendo con la manutenzione e non agendo esclusivamente in maniera locale ed emergenziale. Con una visione di insieme ed una
conseguente azione complessiva di gestione della vegetazione infatti, i tempi di corrivazione aumenterebbero, il rischio idraulico si mitigherebbe, il materiale flottante a mare diminuirebbe e si svilupperebbe una economia legata alla gestione forestale e all’uso delle biomasse ecc. in aree interne ad economia debole.
Scavare, dragare, tagliare la vegetazione tout – court non serve, aggrava solo i problemi e deriva da scelte che ignorano l’ecologia e rispondono ad antichi pregiudizi.

Stiamo parlando di un unico grande progetto interregionale, non di tanti progetti distinti.
Stiamo parlando di una programmazione e di una gestione unitaria, non di una pletora di Amministrazioni diverse: potrebbe p.e. trattarsi del futuro Ente Parco interregionale per la programmazione e dei Consorzi di bonifica per la parte operativa.
Volendo il Parco interregionale lo si potrebbe “istituire in un attimo” e lo si potrebbe dotare rapidamente di personale tecnico distaccandolo dalle Regioni; se la politica volesse, finalmente, occuparsi in modo efficace di ambiente.
E non è da escludere, per le infrastrutture “economiche” come gli impianti di depurazione nel loro insieme, l’intervento di un grande fondo comune d’investimento “etico” a supporto degli investimenti pubblici: in Italia se ne sa poco, ma nel mondo sta crescendo la finanza buona, quella che ha per obiettivo prioritario la realizzazione di opere d’interesse sociale ed ambientale, perché un numero crescente di risparmiatori vuole che i loro soldi vengano utilizzati per la tutela dell’ambiente e per lo sviluppo umano: è l’altra faccia del non trascurabile movimento Friday for Future.
Teniamone conto, perché il recovery fund può non bastare.

Il Magra può diventare il paradigma per analoghi interventi su bacini idrografici simili: nell’insieme un grande programma nazionale di trasformazione del territorio dove si sperimentano metodi di bonifica, si innalza il livello qualitativo della depurazione delle acque, si restaurano/conservano ecosistemi dove sviluppare una buona economia verde degna del recovery fund.


Pietro Tedeschi
Commissario Straordinario Parco Montemarcello Magra Vara

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Autore: Parco di Montemarcello Magra
17-10-2020 09:18
 

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